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Prevenzione infortuni. Artt. 13 e 14 del D.P.R. n. 547/55. Uscite dai ...

Prevenzione infortuni. Artt. 13 e 14 del D.P.R. n. 547/55. Uscite dai locali di lavoro. Quesiti
Circolare Ministeriale

Sono stati rivolti a questo Ministero vari quesiti intesi a
conoscere l’esatta portata degli artt. 13 e 14 del D.P.R. 27 aprile
1955, n. 547, specie in ordine ad una prospettata contraddizione di
termini fra il precetto del secondo comma dell’articolo 13 e quello
dell’art. 14.La questione è stata recentemente sottoposta
all’esame del Comitato per l’attuazione delle norme, costituito in
seno alla Commissione consultiva permanente per la prevenzione degli
infortuni e per l’igiene del lavoro istituita ai sensi dell’art. 393
dello stesso D.P.R. n. 547/1955.Su conforme, unanime parere del
suddetto Comitato, questo Ministero, ritiene che la questione possa
risolversi sulla base delle seguenti considerazioni.Premesso che la
disposizione del secondo comma dell’art. 13 relativa alla
predisposizione di una porta apribile verso l’esterno ogni 25
lavoratori, o ogni 5 lavoratori quando le lavorazioni ed i materiali
presentino pericoli di esplosione o di incendio, viene riferita ad
"uno stesso locale" e quindi ad un locale determinato,
mentre quella dell’art. 14 concernente la predisposizione di
"porte di uscita che abbiano una larghezza di almeno metri 1,10 e
che siano in numero non inferiore ad una ogni 50 lavoratori
normalmente ivi occupati…", viene riferita ai locali di lavoro
con la precisazione, non riscontrabile nel secondo comma dell’art. 13,
che si tratta di "porte di uscita", si deve dedurre, anche
allo scopo di dissipare la prospettata e apparente contraddizione fra
le due disposizioni, che il legislatore, nella formulazione del
secondo comma dell’art. 13, con la dizione "stesso locale"
abbia inteso riferirsi singolarmente ai vari locali costituenti il
complesso dell’opificio o edificio in cui si svolge l’attività
lavorativa, mentre nella formulazione dell’art. 14, con la dizione
più generale "locali di lavoro" e con l’esplicita
qualificazione "di uscita" attribuita alle porte prescritte,
abbia invece voluto riferirsi al complesso dell’opificio o edificio
del quale i singoli locali di cui al secondo comma dell’art. 13, sono
gli elementi costitutivi. Sulla base della sopra esposta
interpretazione dei due precetti, questo Ministero, sempre su conforme
parere del Comitato per l’attuazione delle norme, ritiene pertanto che
la norma del secondo comma dell’art. 13, debba trovare applicazione
nei confronti dei singoli locali costituenti l’opificio o edificio in
cui si svolgono le lavorazioni, mentre quella dell’art. 14 debba
essere applicata alle uscite all’aperto (cortile, via, piazza, ecc.)
dall’opificio o edificio.Se l’opificio o edificio in cui si svolgono
le lavorazioni è costituito da un unico locale o da singoli e
ben distinti locali isolati, con aperture che immettono direttamente
all’esterno, il numero e la lunghezza delle porte di uscita possono
ritenersi regolati dall’articolo 14.Resta ferma, in ogni caso,
l’osservanza del precetto del primo comma dell’art. 13 per quanto
concerne l’ubicazione e la facilità di apertura di qualsiasi
"uscita", nonché la facoltà dell’Ispettorato
del lavoro di prescrivere l’adozione di aperture e di scale di
sicurezza, ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 13, quando si
ravvisano particolari esigenze di rapida uscita delle persone. Casi
intermedi, derivanti da speciali strutture degli edificio da
particolare distribuzione o destinazione dei relativi locali, potranno
essere risolti sulla base delle suddette considerazioni, tenendo in
ogni caso presenti le già ricordate norme di carattere generale
del primo e dell’ultimo comma dell’art. 13, nonchè la
circostanza che tutte le uscite dai locali di lavoro devono sempre
rispondere al requisito della costruzione a regola d’arte e secondo la
buona tecnica, che va particolarmente tenuto in considerazione per le
porte di cui al 2° comma dell’art. 13 per le quali la legge non
determina la loro larghezza minima.E’ da fare presente che anche in
caso di un singolo locale di lavoro (che immetta direttamente
all’esterno) ove si svolgano lavorazioni o si impieghino materiali che
presentano pericoli di esplosione o di incendio, si applicherà
l’art. 14, ove beninteso il corrispondente numero delle porte e la
loro ubicazione assicuri per tutti i lavoratori occupati, qualunque
sia il loro posto di lavoro, la rapida uscita all’aperto. Ove tali
condizioni non si dovessero riscontrare sussistenti, in relazione alle
particolari situazioni di fatto da esaminare singolarmente, si
potrà prescrivere l’adeguamento del numero delle porte od una
loro diversa distribuzione. E ciò in applicazione delle
già ricordate norme di carattere generale del primo comma
dell’art. 13 secondo cui le "porte dei locali devono, per numero
ed ubicazione, consentire la rapida uscita delle persone", e
dall’ultimo comma dello stesso articolo che affida all’Organo
ispettivo la facoltà di "prescrivere l’adozione di
aperture e di scale di sicurezza, quando possono verificarsi
particolari esigenze di rapida uscita delle persone".Con riguardo
a specifiche richieste formulate, si precisa che non è
applicabile per analogia alle porte dell’art. 13 la disposizione
contenuta nell’ultima parte dell’art. 14, secondo la quale il
"numero delle porte può essere minore, purché la
loro larghezza complessiva non risulti inferiore".Infatti, a
parte la circostanza che per le porte di cui all’art. 13 non è
prescritta una larghezza minima per cui sarebbe impossibile dare
pratica applicazione alla norma di che trattasi, è da tenere
presente che assume notevole rilievo la peculiare finalità
delle aperture dell’art. 13 e cioè assicurare il rapido
allontanamento dei lavoratori dal singolo locale, cosa che si ottiene
con diverse porte opportunamente ubicate che non con una sola porta,
sia pure di notevoli dimensioni, posta in un determinato punto del
locale. Con l’occasione si ricorda che con D.M. 2 marzo 1962 è
stata disposta una deroga di carattere generale fino al 31 dicembre
1963 relativamente all’applicazione del 2° comma dell’art. 13 per
i locali e gli edifici preesistenti od in corso di costruzione alla
data di entrata in vigore della disciplina antinfortunistica (v.
circolare n. 1 dell’8 gennaio 1963).

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