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Valutazione del rischio chimico: tutte le novita’ normative

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Il D.Lgs. n. 81/2008 ha rivisto, per molti agenti nocivi, i requisiti minimi per la protezione dei lavoratori contro i rischi per la salute e la sicurezza; in particolare il Capo I del Titolo IX ha notevolmente aggiornato le modalità di valutazione dei rischi derivanti dagli effetti degli agenti chimici presenti sul luogo di lavoro o che siano il risultato di ogni attività lavorativa che ne determini la formazione.

Va inoltre ricordato che in data 5 settembre 2009, nella G.U.C.E. n. L 235 è stato pubblicato il Regolamento Commissione 10 agosto 2009, n. 790/2009 recante modifiche dell’etichettatura e dell’imballaggio delle sostanze e delle miscele, ai fini dell’adeguamento al progresso tecnico e scientifico, del regolamento (CE) n. 1272/2008.

In pratica la Commissione delle Comunità Europee ha ritenuto necessario procedere alla modifica delle tabelle relative alla classificazione, all’imballaggio e all’etichettatura delle sostanze pericolose. Questi elenchi sono stati modificati per includervi le classificazioni aggiornate delle sostanze già oggetto di precedenti classificazioni armonizzate e per inserirvi nuove classificazioni armonizzate. Sono inoltre state soppresse le voci relative a determinate sostanze.

Tale regolamento, in vigore dal 01/12/2010, prevede tra l’altro, che le nuove “frasi di rischio” H (Hazard) e i nuovi “consigli di prudenza” P sostituiscano, da tale data, le vecchie frasi R ed S. In effetti, analizzando con attenzione le singole voci, è facilmente intuibile che non si tratta di una semplice sostituzione, bensì di un nuovo approccio per la valutazione del rischio chimico.

Ciò consente sicuramente di migliorare la tutela sella salute e sicurezza sul luogo di lavoro, permettendo nel contempo una migliore valutazione nel rispetto del D.Lgs. n. 81/2008, cioè se si possa definire, o meno: rischio basso per la sicurezza e irrilevante per la salute dei lavoratori.

Appare evidente, da un’attenta lettura del D.Lgs. n. 81/2008 e del Regolamento (CE) n. 1272/2008, che è ora necessario effettuare una nuova valutazione di tutti i rischi chimici presenti sul luogo di lavoro.

Inoltre, la variazione della terminologia (non più “solo moderato”) già introdotta dal D.Lgs. n. 81/2008, non va vista solo come una banale modifica di termini, presuppone invece un nuovo e più completo approccio nella valutazione del rischio chimico; per tale motivo nella valutazione è necessario apportare numerose modifiche riguardanti tra l’altro:

– il “peso” da attribuire alle frasi di rischio (frasi H),

– prevedere una maggiore “attenzione” ai rischi per la sicurezza,

– incrementare i fattori moltiplicativi (peggiorativi) per l’assenza dei sistemi di prevenzione e protezione,

– considerare con particolare attenzione:

–        le caratteristiche chimico-fisiche delle sostanze,

–        le modalità lavorative,

–        i monitoraggi ambientali,

–        i risultati della sorveglianza sanitaria e dell’eventuale monitoraggio biologico.

Il principale rischio nelle attività lavorative con sostanze chimiche è dovuto alla loro dispersione in aria. In questo caso, in igiene del lavoro, si intende la valutazione di tutte le sostanze che vengono immesse nell’aria dell’ambiente di lavoro a seguito delle attività effettuate e che, di conseguenza, variano la composizione chimica originaria dell’aria stessa; l’ambiente, in questo caso, viene definito “ambiente confinato”, in quanto fisicamente delimitato o perlomeno idealmente ben individuabile. Lo stato fisico di tali sostanze in natura può essere gassoso, liquido o solido.

Schematicamente gli agenti chimici dispersi in aria sono classificabili come segue:

–        aeriformi siamo in presenza di un solo stato della materia (gassoso): abbiamo quindi una miscibilità completa fra l’inquinante e l’atmosfera, in obbedienza alle leggi della diffusione dei gas;

–        aerosol osserviamo la coesistenza di due (o più) stati della materia: in particolare, si realizza una dispersione di una fase liquida e/o solida nella fase gassosa costituita dall’atmosfera;

–        polveri o fumi aerodispersione stabile di particelle solide;

–        nebbie aerodispersione di particelle liquide.

Ovviamente gli agenti chimici allo stato solido compatto, se tale stato non viene modificato, presentano un rischio minore.

Premesse alla valutazione

Si esamineranno adesso, quale premessa essenziale alla valutazione del rischio chimico, alcuni parametri che concorrono in maniera preponderante nella valutazione stessa, costituendo essi dei punti essenziali nell’algoritmo utilizzato [vedi qui].

Alla base della valutazione del rischio, nel caso di agenti chimici dispersi in aria, anche per le considerazioni svolte in precedenza, si pone l’accertamento tecnico dell’esposizione, cioè la sua misurazione attraverso i due momenti del campionamento e dell’analisi.

Ovviamente, l’accertamento dei valori di esposizione dovrà essere rapportato con dei valori limite di esposizione; questa valutazione rappresenta la base più importante nell’ambito dell’accertamento del rischio espositivo, di importanza sicuramente maggiore rispetto alla quantità di agenti chimici utilizzati.

Il valore limite di esposizione

Per una corretta valutazione dei rischi da esposizione a noxae chimiche, appare opportuno, in alcune occasioni pressoché necessario, disporre di una serie di valori di riferimento, tali da fornire indicazioni attendibili, ripetibili e valide per una serie più vasta possibile di agenti ed adattabili a diverse situazioni lavorative; nella pratica si fa quindi ricorso ai “valori limite di esposizione professionale” stabiliti storicamente in igiene del lavoro per le sostanze nocive presenti nell’aria. In questo contesto, infatti, è utile definire i termini del problema facendo riferimento per comodità alle sostanze chimiche, ma ricordando che per gli altri agenti il concetto sviluppato è del tutto analogo.

La sostituzione delle varie espressioni “limiti tollerabili”, “massime concentrazioni permesse”, “valori limite di soglia”, ecc., con la dizione riportata di “limiti di esposizione”, raccomandata (1977) dal Bureau International du Travail, sottolinea che il compito principale, nella fase di controllo, non è tanto quello di raccogliere un gran numero di dati generici, ma di ottenere l’esatta cognizione della effettiva esposizione del lavoratore all’inquinamento.

Da qui discende l’esigenza di conoscere esattamente le concentrazioni dei vari inquinanti presenti, la loro distribuzione in un ambiente, le loro punte più alte e le loro frequenze, rapportando questi dati alla pericolosità più o meno elevata delle sostanze ed all’uso che ne viene fatto. Questa correlazione può essere utilmente ricavata facendo ricorso appunto ai valori limite di esposizione.

I TLV dell’ACGIH

I limiti più noti sono i TLV (Threshold Limit Values) dell’ACGlH (American Conference of Governmental Industrial Hygienists), il cui uso è probabilmente il più diffuso nei paesi industrializzati; questi “valori limite di soglia” indicano, per ognuna delle sostanze elencate, le concentrazioni delle sostanze aerodisperse alle quali si ritiene che la maggior parte dei lavoratori possa rimanere esposta per turni lavorativi di otto ore al giorno, quaranta ore a settimana, quarantotto settimane all’anno, quaranta anni di vita lavorativa, senza effetti negativi per la salute.

Tuttavia, a causa della notevole variabilità della sensibilità individuale, una piccola percentuale di lavoratori può accusare disagi in presenza di alcune sostanze le cui concentrazioni siano pari o inferiori ai rispettivi TLV e, in una percentuale ancora minore di esposti, si può osservare un effetto più marcato per l’aggravarsi di condizioni patologiche preesistenti o per l’insorgere di una malattia professionale. Alcuni individui possono inoltre essere ipersuscettibili o sensibili in modo insolito a talune sostanze in conseguenza di fattori genetici: età, abitudini personali (fumo, abuso di alcolici, altre droghe), cure farmacologiche o esposizioni pregresse. Tali lavoratori possono non risultare adeguatamente protetti rispetto all’azione di agenti chimici presenti in concentrazioni pari o inferiori ai TLV e il medico competente deve stimare il grado di protezione addizionale opportuno per tali soggetti.

I TLV sono stati stabiliti (e vengono annualmente aggiornati) in base a dati della letteratura scientifica internazionale relativi a studi epidemiologici in campo industriale, a ricerche sperimentali sull’uomo, su animali e su colture cellulari, possibilmente combinando tutti questi elementi di giudizio. A seconda del tipo di sostanza presa in considerazione, possono variare sia la tipologia di danno che si vuole prevenire, sia la natura e l’entità delle informazioni tossicologiche e sanitarie disponibili.

In ogni caso bisogna rimarcare che questi limiti non costituiscono una linea di demarcazione netta fra concentrazione non pericolosa e concentrazione pericolosa, né un indice relativo di tossicità; essi non vanno adottati per scopi diversi o con modalità differenti da quelli per cui sono stati formulati ed, in ogni caso, non debbono essere utilizzati da persone non esperte nella disciplina dell’igiene del lavoro.

L’ACGIH prevede tre categorie di TLV:

Valore limite di soglia – media ponderata nel tempo (TLV-TWA): concentrazione media ponderata nel tempo, su una giornata lavorativa convenzionale di otto ore e su quaranta ore lavorative settimanali, alla quale quasi tutti i lavoratori possono essere esposti, giorno dopo giorno, senza effetti negativi.

Valore limite di soglia – limite per breve tempo di esposizione (TLV-STEL): concentrazione alla quale i lavoratori possono essere esposti continuativamente per un breve periodo di tempo, purché il TLV-TWA giornaliero non venga superato, senza che insorgano irritazione, danno cronico o irreversibile del tessuto, riduzione dello stato di vigilanza di grado sufficiente ad accrescere le probabilità di infortuni od influire sulle capacità di mettersi in salvo o ridurre materialmente l’efficienza lavorativa. Uno STEL viene definito come l’esposizione media ponderata su un periodo di 15 minuti, che non deve essere mai superata nella giornata lavorativa, anche se la media ponderata su 8 ore è inferiore al TLV. Le esposizioni al valore STEL non devono protrarsi oltre i 15 minuti e non devono ripetersi per più di 4 volte al giorno. Fra esposizioni successive al valore STEL debbono intercorrere almeno 60 minuti. Un periodo di mediazione diverso dai 15 minuti può essere consigliabile se giustificato dagli effetti biologici osservati. Il TLV-STEL non costituisce un limite di esposizione separato indipendente, ma integra il TLV-TWA di una sostanza la cui azione tossica sia principalmente di natura cronica, qualora esistano effetti acuti riconosciuti. Gli STEL vengono raccomandati quando l’esposizione umana od animale ad alta concentrazione per breve durata ha messo in evidenza effetti tossici.

Valore limite di soglia – Ceiling (TLV-C): concentrazione che non deve essere superata durante l’attività lavorativa, nemmeno per un brevissimo periodo di tempo. Per alcune sostanze, quali i gas irritanti, riveste importanza la sola categoria del TLV-C; per altre sostanze, in funzione della loro azione fisiologica, possono essere importanti due o tre categorie di TLV. E’ sufficiente che uno qualsiasi dei tre TLV venga superato per presumere che esista un effettivo rischio di esposizione per la sostanza in questione.

Misure di prevenzione e protezione

Nell’iter valutativo vengono considerate anche tutte quelle misure di prevenzione e protezione che, se non già presenti, potranno sicuramente contribuire a ridurre il rischio. Infatti, al termine della valutazione, se disponibili vengono proposte delle soluzioni migliorative, rappresentate sempre dal miglioramento delle suddette misure di prevenzione e protezione.

Le misure da adottare andranno progettate secondo i principi generali della prevenzione ed in base alle priorità emerse dalla valutazione dei rischi. Le misure seguiranno perciò il seguente schema di massima il cui ordine non è casuale ma risponde alla logica prevenzionistica uniformemente accettata:

1.      Eliminazione dell’utilizzo o dal processo produttivo del gas o vapore tossico, con eventuale sua sostituzione con un prodotto con grado di rischio inferiore. In pratica, se l’eliminazione dell’utilizzo di una sostanza gassosa o in grado di sviluppare vapori può essere di non facile realizzazione, la sua sostituzione è per altro spesso praticabile con successo; si pensi, ad esempio, alla sostituzione del tricloroetilene (trielina) nei processi sgrassaggio e decapaggio con 1’1,1,1 tricloroetano, solvente con caratteristiche chimico-fisiche simili a quelle della trielina stessa, ma di minore tossicità. Con tale provvedimento, a parità di modalità di lavorazione, l’esposizione dei lavoratori a vapori di tricloroetano, pur a concentrazioni analoghe, rappresenta un rischio sicuramente inferiore, in considerazione del suo TLV di valore più elevato. Altri esempi di sostituzione vantaggiosa sono quelli del benzene con il toluene in molte sintesi chimiche, di vernici a base organica (solventi alla nitro) con vernici a base acquosa, etc.

2.      Contenimento dello sviluppo di gas o vapori mediante misure tecniche appropriate (ciclo chiuso, recipienti a tenuta, aspirazioni o depressioni realizzate direttamente all’interno di serbatoi, reattori, etc.). Tali provvedimenti, per essere efficaci, richiedono una progettazione degli impianti ed una loro gestione che può essere complessa e costosa, con sistemazione periferica di quadri comando e controllo, realizzazione di zone in depressione e con procedure d’accesso rigidamente codificate, sistemi automatizzati di introduzione, movimentazione, trattamento e confezionamento finale del prodotto, tali da evitare qualsiasi contatto delle sostanze volatili con gli operatori. Tuttavia, impianti di tale genere e le procedure collegate sono necessari e obbligatori per legge qualora si utilizzino o vengano prodotte sostanze cancerogene.

3.      Captazione dei gas o vapori sviluppati sul posto di lavoro mediante sistemi di aspirazione localizzata. Tali misure vanno applicate quando l’intervento degli operatori sia almeno in parte imprescindibile e ciò comporti un rischio di esposizione alle sostanze allo stato gassoso non irrilevante; si ricorda che questo tipo di aspirazioni deve essere in competizione con l’apparato respiratorio dell’operatore, non deve in qualche modo aumentare l’evaporazione dei prodotti volatili e deve essere, per quanto possibile, regolabile e posizionabile dall’operatore stesso, opportunamente informato ed addestrato. La ventilazione generale, pur contribuendo all’efficace ricambio d’aria dell’ambiente di lavoro e quindi al miglioramento delle condizioni lavorative degli operatori non direttamente esposti a gas o vapori, non presenta di solito vantaggi immediati per i direttamente esposti.

4.      Utilizzo di specifici dispositivi di protezione individuale (DPI). Qualora le misure in precedenza citate non garantiscano la protezione dei lavoratori e specialmente nel caso di interventi di breve durata (manutenzione straordinaria, carico di reagenti, scarico di prodotti finiti, lavorazioni necessariamente manuali, etc.) è ammesso il ricorso a DPI (quarto punto).

Un DPI consiste in un’attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggere una ben individuata parte del corpo da uno o più rischi specifici per la sicurezza e/o salute connessi con l’attività lavorativa.

Per la loro stessa natura, i DPI non comportano l’eliminazione del rischio connesso all’agente chimico, fisico o biologico per la protezione dal quale vengono utilizzati, ma agiscono come ultimo sistema di protezione nei confronti dello stesso. Ne discende che la protezione individuale deve essere di complemento, e quindi successiva, ai sistemi di prevenzione e protezione tecnica collettivi.

L’utilizzo dei DPI è regolamentato dal D.Lgs. n. 81/2008 agli artt. 75 e 76.

I lavoratori esposti a specifici rischi d’inalazione di gas, polveri o fumi nocivi devono avere a disposizione maschere respiratorie o altri dispositivi idonei, da conservarsi in luogo adatto, facilmente accessibile e noto al personale. Le attività in cui è necessaria la protezione delle vie respiratorie sono:

–        lavori in luoghi ristretti con rischio d’intossicazione da gas o di carenza di ossigeno;

–        lavoro nella zona di caricamento dell’altoforno;

–        verniciatura a spruzzo senza sufficiente aspirazione;

–        lavori in pozzetti e vani sotterranei nell’ambito della rete fognaria;

–        attività in impianti frigoriferi che presentino un rischio di fuoriuscita del refrigerante;

–        lavori in prossimità di condutture di gas.

Ulteriori precisazioni per quanto riguarda le misure di prevenzione e protezione sono fornite dal D.Lgs. n. 81/2008 che pone a carico del datore di lavoro, tra l’altro, i seguenti obblighi:

–        progettazione e organizzazione dei sistemi di lavorazione sul luogo di lavoro al fine di ridurre il rischio;

–        fornitura di attrezzature idonee per il lavoro specifico e relative procedure di manutenzione adeguate;

–        riduzione al minimo del numero di lavoratori che sono o potrebbero essere esposti;

–        riduzione al minimo della durata e dell’intensità dell’esposizione;

–        attuazione di misure igieniche adeguate;

–        riduzione al minimo della quantità di agenti presenti sul luogo di lavoro in funzione delle necessità della lavorazione;

–        introduzione di metodi di lavoro appropriati comprese le disposizioni che garantiscono la sicurezza nella manipolazione, nell’immagazzinamento e nel trasporto sul luogo di lavoro di agenti chimici pericolosi nonché dei rifiuti che contengono detti agenti chimici.

Qualora con le misure suddette il rischio residuo non possa essere definito come “basso per la sicurezza e irrilevante per la salute“, il datore di lavoro provvede affinché il rischio sia eliminato o ridotto mediante la sostituzione, qualora la natura dell’attività lo consenta, con altri agenti o processi che, nelle condizioni di uso, non sono o sono meno pericolosi per la salute dei lavoratori.

Quando la natura dell’attività non consente di eliminare il rischio attraverso la sostituzione, il datore di lavoro garantisce che il rischio sia ridotto mediante l’applicazione delle seguenti misure nell’indicato ordine di priorità:

1.      progettazione di appropriati processi lavorativi e controlli tecnici, nonché uso di attrezzature e materiali adeguati;

2.      appropriate misure organizzative e di protezione collettive alla fonte del rischio;

3.      misure di protezione individuali, compresi i dispositivi di protezione individuali, qualora non si riesca a prevenire con altri mezzi l’esposizione;

4.      sorveglianza sanitaria dei lavoratori a norma degli articoli 229 e 230;

5.      effettuazione della misurazione degli agenti che possano presentare un rischio per la salute, con metodiche standardizzate o appropriate.

Se è stato superato un valore limite di esposizione professionale stabilito dalla normativa vigente, il datore di lavoro deve identificare e rimuove le cause dell’evento, adottando immediatamente le misure appropriate di prevenzione e protezione.

E’ da sottolineare come in tutte le fasi di intervento menzionate sia imprescindibile, per la buona riuscita dei provvedimenti stessi, una capillare, esauriente ed aggiornata attività di informazione e formazione degli addetti, con particolare riguardo alle misura che li coinvolgono direttamente; questa attività può quindi, a pieno titolo, essere annoverata fra le misure di prevenzione e protezione.

Scarica l’esempio di aggiornamento del documento di valutazione dei rischi

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