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Rischio chimico tra misure preventive e questioni interpretative

Nonostante le regole certe del T.U. Sicurezza, rimane il problema sui criteri da adottare nella valutazione del rischio chimico

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L’art. 224 del D.Lgs. n. 81/2008 (T.U. Sicurezza) prevede che il datore di lavoro sia tenuto all’eliminazione del rischio chimico o, in via subordinata, alla riduzione al minimo tramite l’attuazione di misure preventive quali:
1. progettazione e organizzazione dei sistemi di lavorazione sul luogo di lavoro;
2. fornitura di attrezzature idonee per il lavoro specifico e relative procedure di manutenzione adeguate;
3. riduzione al minimo del numero di lavoratori che sono o potrebbero essere esposti;
4. riduzione al minimo della durata e dell’intensità dell’esposizione;
5. misure igieniche adeguate;
6. riduzione al minimo della quantità di agenti presenti sul luogo di lavoro in funzione delle necessità della lavorazione;
7. metodi di lavoro appropriati comprese le disposizioni che garantiscono la sicurezza nella manipolazione, nell’immagazzinamento e nel trasporto sul luogo di lavoro di agenti chimici pericolosi nonché dei rifiuti che contengono detti agenti chimici.

Solo nel caso in cui, in relazione al tipo e alle quantità di un agente chimico pericoloso e alle modalità e frequenza di esposizione a tale agente presente sul luogo di lavoro, vi sia un rischio basso per la sicurezza e irrilevante per la salute dei lavoratori, la messa a punto di tali misure sarà da ritenersi efficace.

Tale distinzione è stata introdotta dal D.Lgs. n. 81/2008 che ha adottato due diversi percorsi per giungere alla valutazione dei rischi per la salute e quelli per la sicurezza, visto che gli agenti chimici hanno differenti proprietà che originano tali rischi e differenti sono anche il meccanismo di azione ed il contributo dei fattori interagenti nell’originare un determinato livello di rischio.

Qualora il rischio chimico non sia considerato basso o irrilevante, il datore di lavoro (ai sensi dell’art. 225 e sulla base dell’attività e della valutazione dei rischi) deve provvedere alla eliminazione o alla riduzione del rischio mediante la sostituzione, qualora la natura dell’attività lo consenta, con altri agenti o processi che, nelle condizioni di uso, non sono o sono meno pericolosi per la salute dei lavoratori.

Leggi anche: Valutazione del rischio chimico: si parla di prevenzione e protezione

Nelle ipotesi in cui la natura dell’attività non consenta di eliminare il rischio attraverso la sostituzione il datore di lavoro deve garantire che il rischio sia ridotto mediante l’applicazione delle seguenti misure nell’indicato ordine di priorità:
1. progettazione di appropriati processi lavorativi e controlli tecnici, nonché uso di attrezzature e materiali adeguati;
2. appropriate misure organizzative e di protezione collettive alla fonte del rischio;
3. misure di protezione individuali, compresi i dispositivi di protezione individuali, qualora non si riesca a prevenire con altri mezzi l’esposizione;
4. sorveglianza sanitaria dei lavoratori.

Vi è inoltre la possibilità per il datore di lavoro di effettuare per via telematica, anche per mezzo degli organismi paritetici o delle organizzazioni sindacali di categoria, la comunicazione inerente l’informazione ai lavoratori del superamento dei valori limite di esposizione professionale ad agenti chimici (art. 225, comma 8, D.Lgs. n. 69/2013).

Il problema relativo ai criteri da adottare nella valutazione del rischio chimico rimane tuttora aperto, poiché la formulazione dell’art. 224, comma 2 dice: “… se i risultati della valutazione dei rischi dimostrano che, in relazione al tipo e alle quantità di un agente chimico pericoloso e alle modalità e frequenza di esposizione a tale agente presente sul luogo di lavoro, vi è solo un rischio basso per la sicurezza e irrilevante per la salute dei lavoratori e che le misure di cui al comma 1 sono sufficienti a ridurre il rischio, non si applicano le disposizioni degli artt. 225, 226, 229 e 230″.

Quindi, a condizioni più restrittive rispetto alla normativa precedente non è più richiesto di adottare misure specifiche di prevenzione e protezione, non c’è l’obbligo di procedere alla determinazione strumentale dei livelli di esposizione, non sono previste disposizioni in caso di incidenti o emergenza e, infine, non sussiste l’obbligo di effettuare la sorveglianza sanitaria.

L’art. 232, al comma 4 prevede che “Nelle more dell’adozione dei decreti di cui al comma 2, con uno o più decreti dei Ministri del lavoro e della previdenza sociale e della salute, d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, possono essere stabiliti, entro quarantacinque giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, i parametri per l’individuazione del rischio basso per la sicurezza e irrilevante per la salute dei lavoratori di cui all’articolo 224, comma 2, sulla base di proposte delle associazioni di categoria dei datori di lavoro interessate comparativamente rappresentative, sentite le associazioni dei prestatori di lavoro interessate comparativamente rappresentative. Scaduto inutilmente il termine di cui al presente articolo, la valutazione del rischio basso per la sicurezza e irrilevante per la salute dei lavoratori è comunque effettuata dal datore di lavoro.”

Ancora oggi il termine è scaduto senza che i decreti attuativi siano stati emanati. Lo stesso art. 232, comma 4, come modificato dall’articolo 110 del D.Lgs. n. 106 del 2009, prevede però che scaduto inutilmente il termine per l’approvazione dei criteri, la valutazione del rischio basso per la sicurezza e irrilevante per la salute dei lavoratori sia comunque effettuata dal datore di lavoro.

Per sostanze per le quali si possa ipotizzare un rischio espositivo esclusivamente per via inalatoria e per le quali esista un valore limite di esposizione, un compromesso accettabile fra esigenze socioeconomiche e tutela della salute degli operatori può essere rappresentato da una soglia pari ad un decimo (1/10) del TLV; in questo caso (Linee guida del Coordinamento tecnico delle Regioni, in attesa di aggiornamento) si può ipotizzare che al di sopra di questa soglia il rischio per la salute sia sicuramente non irrilevante, mentre al di sotto della stessa soglia va considerato il peso dello specifico effetto tossico (ad esempio, maggiore per sensibilizzanti o sostanze che possano accumularsi nell’organismo, ecc.).

Il ricorso a linee guida è specificatamente validato, rispetto alla normativa precedente, dall’art. 2, Titolo I, Capo I del D.Lgs. n. 81/2008, punto z):
– “linee guida”: atti di indirizzo e coordinamento per l’applicazione della normativa in materia di salute e sicurezza predisposti dai ministeri, dalle regioni, dall’ISPESL e dall’INAIL e approvati in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano.

A maggior ragione, in situazioni di incertezza dovute, ad esempio, all’assenza di valori limite di esposizione o, perlomeno, di dati tossicologici esaurienti, o alla concreta possibilità di un rilevante contributo all’assorbimento per via cutanea, il principio di formulare un giudizio di rischio per la salute “irrilevante” solo in coincidenza con la ragionevole certezza dell’assenza di effetti rilevabili per la salute risulta condivisibile.

In quest’ottica la possibilità di non effettuare più del tutto la sorveglianza sanitaria, classificata come misura specifica, è da ritenersi azzardata a priori o quantomeno da valutarsi attentamente caso per caso, poiché determinerebbe la scomparsa della possibilità di ottenere un feedback rispetto alle ponderazioni effettuate in fase di valutazione in assenza di valori limite cui riferirsi.

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