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La plastica che arriva in mare si decompone producendo prodotti chimici pericolosi

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Cosa succede ai rifiuti di plastica che galleggiano negli oceani del mondo?

Lo rivela uno studio diretto da Katsuhiko Saido del College of Pharmacy della Nihon University, di Chib, in Giappone, presentato al 238° Meeting and Exposition dell’American Chemical Society a Washington.

La plastica si decompone nelle acque marine rilasciando composti tossici di ogni tipo, che vengono poi assorbiti dagli organismi oceanici mettendone così a rischio la vita e la capacità riproduttiva. Infatti, contrariamente a quanto ritenuto finora, la plastica che arriva in mare, ad esempio per mano dei vacanzieri che abbandonano sulle spiagge bottiglie e sacchetti, lungi dall’essere indistruttibile, si decompone per esposizione alle intemperie e lo fa velocemente rilasciando numerose sostanze tossiche.

“Abbiamo scoperto che la plastica che arriva negli oceani in realtà si decompone – spiega Saido – in quanto è esposta a pioggia, sole e altre condizioni ambientali, dando origine a un’altra sorgente di contaminazione globale che continuerà ad affliggerci in futuro”. Secondo il rapporto Fao-Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep), pubblicato in occasione della Conferenza mondiale sugli oceani tenutasi in Indonesia lo scorso maggio, ogni anno vengono immessi negli oceani 6,4 milioni di tonnellate di rifiuti, di cui 5,6 milioni di tonnellate, l’88%, proveniente da imbarcazioni mercantili. La concentrazione di massa di spazzatura riguarda zone di accumulo in alto mare, e in particolare il Pacifico centrale (la ‘grande pattumiera’ tra California e Hawaii di dimensioni pari a due volte il Texas).

In ogni chilometro quadrato di oceano galleggiano oltre 13.000 pezzi di immondizia di plastica. Nel 2002, sono stati trovati circa 6 kg di plastica per ogni kg di plancton vicino alla superficie di un punto di accumulo di immondizia marina nel Pacifico centrale. Finora si è sempre ritenuto che la plastica fosse ‘stabile’ e che, quindi, per quanto detestabili agli occhi, rifiuti plastici finiti in mare non provocassero danni. Ma non è così: i ricercatori giapponesi hanno dimostrato che nelle condizioni di temperatura, vento e sole degli oceani, la plastica si degrada e lo fa in fretta, rilasciando sostanze tossiche che vengono facilmente assorbite dai pesci. Un esempio su tutti: il polistirene, materiale termoplastico usato negli imballaggi, inizia a decomporsi già dopo un anno. Una volta decomposta, spiegano gli esperti, la plastica rilascia quindi vari tipi di stireni, composti cancerogeni, e il famigerato bisfenolo A (BPA), sostanza chimica utilizzata nel packaging alimentare (bottiglie, contenitori e rivestimenti interni di lattine) più volte sospettata di avere effetti cancerogeni e sulla fertilità, mettendo in serio pericolo l’ecosistema marino. Le simulazioni fatte dai ricercatori nipponici parlano chiaro: la plastica negli oceani trova un ambiente ideale per rilasciare i suoi veleni e minacciare gli organismi che ne abitano le acque. Un motivo in più, concludono gli esperti, per incentivare il riciclaggio dei materiali plastici.

Fonte: Ansa

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