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Il farmaco ‘spazzino’ che riduce i danni della chemioterapia

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Uno studio italiano ha dimostrato l’efficacia di un farmaco, già in uso per un’altra patologia, per mitigare gli effetti tossici della chemioterapia dei tumori ematologici. La ricerca in questione è “Florence” (Febuxostat for tumor Lysis syndrome prevention in hematologie malignancies), ed è stata realizzata dal Gruppo Menarini sotto il patrocinio della città di Firenze, dove nei giorni scorsi sono stati presentati i risultati preliminari.

Sono oltre 25 mila gli italiani che ogni anno vengono colpiti da leucemie, linfomi o altri tumori ematologici. Nel 70% dei casi si tratta di patologie guaribili, ma il prezzo da pagare è l’esposizione al rischio di uno dei più temibili effetti collaterali della chemioterapia: la “sindrome da lisi tumorale”, che si verifica quando tante cellule neoplastiche, distrutte dai farmaci, liberano nell’organismo sostanze tossiche per i reni, in particolare acido urico. Si tratta di un problema che interessa circa il 3-20% dei malati con tumori ematologici, con un’incidenza che però può arrivare fino al 30% negli under 18. La lisi può causare nel 30% dei casi insufficienza renale, e in un 5% dei pazienti può diventare addirittura mortale.

Lo studio Florence prova a proporre un rimedio a questo problema, utilizzando un farmaco – febuxostat – già usato ridurre l’acido urico nei malati di gotta. Avviata nel 2012 con il coinvolgimento di circa 350 pazienti adulti dei reparti onco-ematologici di 79 centri distribuiti in 12 Paesi, la ricerca ha dimostrato che il febuxostat fin dal primo giorno di trattamento agisce come uno “spazzino”, diminuendo di circa il 30% i livelli di acido urico nel sangue rispetto all’allopurinolo, il farmaco impiegato in questi casi da trent’anni.

L’intero programma clinico ha richiesto, da parte del gruppo, un investimento di circa 50 milioni di euro. Come riporta l’Ansa, l’azienda presenterà a breve il dossier di registrazione all‘Agenzia europea del farmaco per l’autorizzazione in commercio. L’obiettivo prossimo della ricerca verificare la possibilità di utilizzare la molecola anche nei bambini, che al momento non possono usufruire di questo tipo di terapia di supporto che negli adulti è invece già prevista con altri farmaci.

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