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Il DDT continua ad inquinare

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Il famigerato dicloro-difenil-tricloroetano meglio conosciuto come DDT, continua ad inquinare. L’insetticida storico che dalla metà degli anni quaranta ha rivoluzionato le strategie di lotta malarica e  messo poi fuori  legge per i suoi effetti tossici è ancora fra noi.

Lo rivela lo studio di due scienziati tedeschi di cui riferisce il sito della rivista Nature. Secondo la ricerca, la molecola, dall’aria, attraverso la pioggia, arriva in mare concentrandosi nelle acque fredde dell’emisfero nord, con sensibili danni per la fauna marina e alcuni uccelli.

I ricercatori Irene Stemmler e Gerhard Lammel dell’istituto Max Planck di Magonza hanno fatto una serie di simulazioni al computer da cui emerge che bisogna convivere col Ddt. Sia perché alcuni paesi, specie per ragioni sanitarie, ne fanno ancora uso, sia perché vanno considerati il deterioramento dei barili di stockaggio e la presenza di Ddt, sia pure in minima quantità, ancora in molti insetticidi di uso comune.

Ma il problema principale è dato dagli oceani, che rilasciano incessantemente ciò che è stato riversato in essi. Il processo non sarà eterno. Anche il Ddt finirà col sedimentare sui fondali marini e una parte verrà distrutta nell’atmosfera dalla luce solare. Ci sono poi microrganismi che ne distruggono la molecola. Ma la natura, si sa, non ha fretta; i suoi tempi non sono quelli dell’uomo.

Si calcola che dagli anni ’40 agli anni’70 siano stati dispersi circa 1,5 milioni di tonnellate di questo insetticida. Fu sintetizzato nel 1874 dal chimico tedesco O. Ziegler, la sua efficacia insetticida era rimasta sconosciuta fino al 1939, anno in cui venne scoperta dallo svizzero Paul Hermann Muller alla ricerca di un prodotto da usare contro i pidocchi.

L’insetticida, inizialmente diffuso dalla ditta farmaceutica Geigy con il nome di Gerasol o Neocid per uso agricolo, fu sperimentato dagli Americani su diversi insetti, comprese le zanzare, nel 1942. Tre caratteristiche rendevano il prodotto particolarmente interessante per la lotta contro l’anofele: la lunga persistenza, l’elevata tossicità per gli insetti associata ad una relativa innocuità per l’uomo, la non volatilità, per cui non presenta un effetto repellente e quindi il contatto dell’insetto con la superficie trattata viene facilitato. Grazie a tali proprietà la malaria sarebbe stata sconfitta in Italia e in molti altri paesi, soprattutto delle zone temperate.

La storia del DDT presenta però molte ombre. Il suo vasto uso in agricoltura, la stabilità della molecola e la tendenza dell’insetticida a depositarsi negli organi ricchi di tessuti grassi, hanno provocato nel tempo una vasta contaminazione ambientale e l’accumulo del prodotto nei tessuti di molti animali, compreso l’uomo. Il principale problema è causato dalla facilità con cui l’insetticida viene trasmesso da un organismo all’altro attraverso le reti alimentari, raggiungendo una diffusione estremamente più vasta dell’originario ambiente di applicazione e alte concentrazioni in alcuni animali quali i rapaci.

Nel 1950 la Food and Drug Administration avrebbe dichiarato che “con tutta probabilità i rischi potenziali del DDT erano stati sottovalutati”

Per approfondimenti: http://www.nature.com

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