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Il biotech italiano, settore in continua crescita

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Il biotech italiano non risente della crisi. Secondo i dati resi noti nel Rapporto Ernest & Young – Assobiotec “Biotecnologie in Italia 2010”, nel 2008 ha fatto registrare un fatturato di 6,8 miliardi di euro e investimenti in ricerca e sviluppo di 1,1 miliardi di euro. E se si considera il giro d’affari complessivo delle imprese operanti nel settore il fatturato sale a 17,8 miliardi, in crescita (+3%) rispetto al 2007.

Dal rapporto, realizzato in collaborazione con Farmindustria e l’Istituto nazionale per il Commercio estero (Ice), emerge che le imprese del settore sono 319, per lo più costituite tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000. Gli addetti sono oltre 50mila, di cui 5800 impegnati in attività di ricerca e sviluppo.

Predominano le “pure biotech” (quelle che hanno nel biotech il proprio core business) che sono 187 e fatturano 731 milioni di euro (11% del totale). Le aziende più numerose nel settore sono le micro (41%) e le piccole (27%), mentre le grandi (quelle che superano i 250 addetti) sono il 14% ma rappresentano l’84% del fatturato. Dal punto di vista geografico, poi, le aziende del settore si concentrano soprattutto in Lombardia (36%), Piemonte (12%), Toscana (9%) e Veneto (8%).

Il biotech italiano è impegnato soprattutto nell’ambito della salute umana (red biotech) dove si concentrano 197 aziende, pari al 61% del totale, dato in linea con la media europea. I settori di applicazione white (biotecnologie industriali – 7%) e green (biotecnologie agro-alimentari – 13%), invece, rivelano un peso percentuale superiore alla media europea. “Il biotech italiano – sottolinea Gradnik – può oggi contare su un consistente numero di imprese che continuano a crescere e a generare valore e occupazione, nonostante la difficile congiuntura economica e l’assenza di idonei incentivi fiscali per la crescita dei settori maggiormente innovativi”.

Per il presidente Assobiotec “il potenziale è ancora notevole, servono però specifici incentivi alla ricerca, analoghi a quelli introdotti in numerosi paesi europei per continuare ad alimentare e non tarpare la crescita del settore”. I numeri dimostrano che il comparto biotecnologico vede crescere la propria capacità di innovare. A testimoniarlo i 233 progetti e prodotti in sviluppo (di cui 89 in fase di sviluppo preclinico e 144 in clinico), che trovano applicazione terapeutica nelle aree dell’oncologia (36% dei prodotti), dell’infiammazione e malattie autoimmuni (15%) e della neurologia e malattie infettive (entrambe all’11%).

A questi si aggiungono altri 69 progetti in fase early-stage, che rappresentano un’interessante promessa per il settore nei prossimi anni, e che fanno salire a 302 i prodotti italiani complessivamente in sviluppo. “L’innovazione e la continua ricerca – spiega Irione – rappresentano l’imperativo per le innumerevoli sfide imposte dal mercato del biotech. Da anni, attraverso il nostro Global Biotechnology Center, supportiamo le imprese nell’affrontare questa complessità, offrendo loro uno strumento di lettura e anticipazione delle dinamiche internazionale che prendono forma all’interno del mercato”.

La conclusione spetta a Dompe, che dichiara: “C’è un legame indissolubile tra biotech e imprese del farmaco con effetti positivi su ricerca, sviluppo di nuove competenze, imprenditorialità, occupazione e produzione”. Quindi “è anche grazie alle biotecnologie se oggi si possono prevenire e curare un numero crescente di patologie, come quelle tumorali e alcune di quelle rare”.

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