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Inquinamento, global warming, salute: di cosa si è discusso a Isee 2016

La Conferenza mondiale di epidemiologia ambientale si è conclusa a Roma il 4 settembre 2016. Ecco di cosa si è parlato

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Dal 1° al 4 settembre 2016 Roma ha ospitato la 28esima Conferenza mondiale di epidemiologia ambientale, evento organizzato dall’Isee, Società internazionale di epidemiologia ambientale, che chiama a raccolta oltre 1.500 delegati per fornire una panoramica aggiornata e completa degli sforzi che la ricerca scientifica sta facendo per conoscere meglio il complesso rapporto fra ambiente e salute, e dei modi più efficaci per contrastarne gli effetti più deleteri.

Di seguito vi riportiamo alcuni dei temi cruciali discussi durante le sessioni (delle prime tre giornate).

Nuovi dati sulla salute dell’aria
Dal primo giorno del congresso emergono nuovi dati sulle conseguenze di salute dell’inquinamento dell’aria. Uno di questi, meno noto, riguarda la possibile relazione fra esposizione a lungo termine a inquinanti come ossidi di azoto, polveri fini e metalli, e insorgenza di sclerosi multipla. La ricerca italiana ha osservato negli uomini una correlazione fra l’entità dell’esposizione ai comuni inquinanti di città e la probabilità di ammalarsi di sclerosi multipla, decisamente più alta alle alte esposizioni. L’ennesima conferma della gravità del fenomeno, come emerso sempre durante il primo giorno della Conferenza, viene dalla Cina dove l’inquinamento atmosferico è la quinta causa di morte e ha fatto contare nel 2013 ben 916.000 morti premature. Di questi, 366.000 morti sono da attribuire solo alle emissioni di carbone, la fonte più micidiale.
Le due relazioni plenarie della prima giornata della Conferenza ISEE – dedicata a “Vecchi e nuovi rischi per salute” – si sono focalizzate sugli incidenti industriali e sull’inquinamento dell’aria, per poi lasciare spazio a centinaia di presentazioni sui molti rischi, vecchi e nuovi, che un ambiente alterato può rappresentare per la salute umana: dalle contaminazioni chimiche all’inquinamento acustico, dai pesticidi agli effetti sanitari del cambiamento climatico.
Nella prima relazione Pier Alberto Bertazzi dell’Università di Milano ha ripercorso la storia dell’incidente di Seveso, occorso 40 anni fa, con il suo seguito di malattie, stress e contaminazioni diffuse nella piccola comunità colpita dall’incidente.

La seconda relazione, tenuta da Annette Peters dell’Helmholtz Zentrum di Monaco, ha passato in rassegna gli effetti dell’inquinamento dell’aria sulla salute: dai tradizionali rischi respiratori e cardiovascolari, ai rischi di tumore, di diabete, malattie neurologiche e danni genetici ed epigenetici, che possono portare a ipotizzare il trasferimento dei danni da una generazione all’altra.
“Degli effetti sulla salute dell’inquinamento abbiamo ancora molto da scoprire, in realtà conosciamo solo la punta dell’iceberg” spiega Peters. “Anche perché gli inquinanti non agiscono da soli, sono molto diversi fra loro, in natura e dimensione, ognuno con il suo specifico effetto. Inoltre gli individui sono sempre esposti a una pluralità di fattori di rischio, che includono stili di vita, condizioni socioeconomiche e altre esposizioni, come il rumore. E se gli studi devono ancora progredire per dare un quadro più chiaro della situazione, esistono già molte prove che devono indurci a ridurre al minimo l’inquinamento dell’aria al più presto, con politiche coraggiose basate radicali cambi di paradigma energetico e di mobilità”.

Global warming e salute
Uno studio condotto negli Stati Uniti e presentato oggi alla conferenza mostra come – in mancanza di misure efficaci di contenimento delle emissioni, la frequenza di ondate di calore aumenterà di circa 80 volte nei prossimi 50 anni, con una impennata del rischio di morte del 20% durante questi eventi.
Nella sua presentazione in sessione plenaria, l’epidemiologo Andy Haines della London School of Hygiene and Tropical Medicine di Londra ha posto l’accento su alcuni aspetti particolarmente problematici per la salute pubblica dell’innalzamento della temperatura globale. Primo fra tutti, e già ben visibile, l’aumento della desertificazione e la corrispondente riduzione delle terre coltivabili, che in breve tempo porterà vaste porzioni del pianeta a un dimezzamento delle superfici, mettendo a rischio la sicurezza alimentare.

D’altra parte – ha proseguito Haines – saranno le città a dover guidare la sfida della de-carbonizzazione, visto che sono responsabili dell’85% del PIL mondiale e del 75% delle emissioni da fonti energetiche.
Ridurre gli impatti sull’ambiente ha sempre effetti positivi sulla salute umana, così come seguire stili di vita più salubri (per esempio ridurre il consumo di carne a favore di frutta e verdura, o muoversi in bicicletta) ha ricadute favorevoli sull’ambiente. In particolare il tema dei cosiddetti co-benefici – uno dei fili rossi della conferenza ISEE – riguarda il clima: uno studio italiano condotto da Sara Farchi, Enrica Lapucci e Paola Michelozzi del Dipartimento di epidemiologia della Regione Lazio ha mostrato come in Italia il 71% degli uomini e il 64% delle donne sono consumatori abituali di carne (poco meno di mezzo chilo a settimana). Una riduzione del consumo di carne ai livelli raccomandati ridurrebbe del 3,7% la mortalità da cancro del colon e del 3,3% da malattie cardiovascolari. Nel contempo, questo aggiustamento nella dieta farebbe risparmiare il 60% delle emissioni di gas serra.

Nuovi strumenti e sfide per la ricerca
Joel Schwarz, dell’Università di Harvard, discute i nuovi metodi statistici per rendere sempre più attendibile la ricostruzione causale dei fenomeni indagati, mentre Roel Vermeulen (Università di Utrecht) illustra le nuove tecniche per tracciare le esposizioni agli agenti inquinanti fino al livello molecolare. “Oggi siamo ancora agli albori di questa scienza, ma ben presto sarà possibile rintracciare ogni segno lasciato sull’organismo umano dalle contaminazioni ambientali, chiarendo tutti i passaggi intermedi che portano dall’esposizione allo sviluppo della malattia” spiega Vermeulen. “In questo modo sarà forse possibile individuare forme più efficaci di prevenzione e di trattamento precoce delle malattie di origine ambientale”. Già oggi il ricorso alle “omiche” consente, per esempio, di distinguere la firma molecolare che l’inquinamento atmosferico lascia sull’organismo, rispetto al fumo di sigaretta, ai nanomateriali e ad altri inquinanti.

Durante tutta la giornata una serie di sessioni sono state dedicate alla presentazione di ricerche che utilizzano già questi metodi per accertare i danni di sostanze tossiche quali l’arsenico, il piombo, il carbone, la diossina, l’amianto, i metalli pesanti, i pesticidi sull’organismo umano, con un’attenzione particolare al periodo gestazionale e ai primi anni di vita. Alcune sessioni sono state invece dedicate all’effetto protettivo del verde urbano e il trasporto attivo e sostenibile (si veda programma).
I nuovi avanzamenti scientifici possono consentire un esercizio più efficace dell’epidemiologia ambientale nelle politiche di promozione della salute, così come nelle aule di tribunale.

Nell’ultima presentazione della sessione plenaria, Shira Kramer (Epidemiology International Inc) racconta a un pubblico di quasi mille ricercatori e studenti quale può essere il ruolo della epidemiologia ambientale nei processi dove sono in gioco danni per inquinamento. Epidemiologa esperta di oncologia pediatrica, la Kramer ha cominciato a servire la giustizia statunitense nel 1991, in una causa di alcuni genitori di bambini ammalatisi di neuroblastoma (raro tumore del sistema nervoso) contro una azienda che teneva un deposito di catrame di carbone (sostanza cancerogena impiegata per la produzione di gas) a pochi metri da un campo giochi per bambini. Il racconto avvincente di quella causa legale, e delle molte altre che la Kramer seguirà come perita di parte, illustra quello che può essere il ruolo pubblico dell’epidemiologia ambientale, e fa riflettere sui limiti e le difficoltà che la scienza incontra nell’ambiente conflittuale di un’aula di tribunale.
Il racconto di Kramer mette in luce la missione etica e le responsabilità che l’epidemiologia ambientale ha nei confronti della difesa DELLA salute pubblica dalle minacce ambientali. Una vocazione sottolineata anche dalla consegna del John Goldsmith Award for Outstanding Contributions to Environmental Epidemiology a Philippe Grandjean, l’epidemiologo della Università di Harvard a cui si deve la scoperta degli effetti neurotossici del mercurio sul feto e sul bambino. Nel racconto di Grandjean (premiato il primo giorno della conferenza) si coglie anche il ruolo dei confitti d’interesse negli studi epidemiologici, e la difficoltà di trasferire i risultati di queste ricerche in politiche più cautelative.

A questo proposito, una sessione conclusiva è stata dedicata al caso glifosato, il pesticida della Monsanto sotto scrutinio da parte dell’Unione europea e oggetto di giudizi divergenti in merito alla sua cancerogenicità da parte di ben tre commissioni internazionali, non sempre trasparenti e scevre da conflitti di interessi. Trattato anche il caso Dieselgate e il rapporto fra scienza, regolamentazione ed etica dell’industria automobilistica nell’occultamento delle emissioni inquinati.

Per conoscere altri aspetti della conferenza, visitare il sito.

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