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Il meccanismo che rende visibili le cellule infettate dall'Hiv

Importante scoperta di un team di ricerca del San Raffaele, che potrebbe aprire una strada per la guarigione

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Pubblicato sul Canale chimica il 26 luglio 2012

Svolta nell'ambito della ricerca sull'Hiv. Uno studio realizzato in collaborazione da un team dell'Istituto Scientifico Ospedale San Raffaele e dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano permette di rendere visibili le cellule infettate dal virus, e pertanto di renderle individuabili dalla terapia antivirale. Pubblicato sulla prestigiosa rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas), lo studio aggiunge importanti dettagli rispetto ai meccanismi molecolari con cui le cellule si difendono da virus e da altri parassiti genetici (tra cui alcuni dei vettori utilizzati in terapia genica) che si inseriscono nel genoma.

È da tempo noto che in presenza di Dna virale, o comunque estraneo, le cellule dei mammiferi si attivano spegnendo le sequenze esogene, al fine di impedirne l’espressione e la diffusione. Si tratta di un meccanismo protettivo che tuttavia riduce l’efficacia delle terapie antivirali. I ricercatori hanno esaminato, in particolare, il virus Hiv-1, responsabile dell’Aids. Dopo essersi inserito nel genoma cellulare, Hiv viene spento in una percentuale dei casi, andando a costituire una riserva di cellule infettate invisibili e quindi non attaccabili, né dal nostro sistema immunitario, né dalla terapia antivirale corrente.

Il team del San Raffaele ha scoperto che le cellule riattivano il Dna esogeno silenziato quando vengono deprivate di componenti necessari per la loro crescita, quali gli aminoacidi essenziali. Un elemento cruciale in questa risposta cellulare è dato dall’inattivazione di un enzima, chiamato “istone deacetilasi 4 (Hdac4)”, che normalmente contribuisce alla regolazione epigenetica dell’espressione dei geni. La soppressione della sua attività determina sorprendentemente anche la riaccensione delle sequenze virali estranee al genoma.

Poiché per questo enzima esistono già inibitori specifici, essi potrebbero essere ulteriormente sviluppati per protocolli sperimentali finalizzati all’eradicazione di Hiv. Secondo il professor Guido Poli, responsabile dell’Unità di Immunopatogenesi dell’Aids e tra i leader del progetto, “l’attuale terapia antivirale disponibile contro l’HIV è assai efficace nel controllare e bloccare la diffusione del virus attivato, ma non riesce a riconoscere ed eliminare le cellule infettate in cui il virus è temporaneamente spento (latente). Quindi non è possibile arrivare a una vera guarigione, perché il virus latente può sempre riattivarsi a seguito della sospensione della terapia, come in effetti avviene nella maggioranza dei pazienti”.

L’utilizzo di inibitori specifici dell’enzima Hdac4 potrebbe invece, associato alla terapia antivirale, riattivare i virus latenti rendendoli visibili e quindi eliminabili, limitando gli effetti tossici sull’organismo, dato che nello studio del San Raffaele gli inibitori di Hdac4 si sono dimostrati, almeno in vitro, ben tollerati dalle cellule.

“La scoperta di un efficiente meccanismo molecolare che regola la riattivazione del Dna estraneo all’interno della cellula ha una potenziale ricaduta importante anche per la terapia genica”, concluse Maria Vittoria Schiaffino, l'altra coordinatrice della ricerca, “perché l’utilizzo di farmaci che inibiscono l’enzima (o altre strategie utili a inattivarlo) potrebbe evitare che le cellule spengano i vettori virali utilizzati a scopo curativo, aumentandone così l’efficacia a lungo temine”.

V.R.


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