MILANO - Anche gli ingegneri a caccia di una gru. «Abbiamo pensato a forme di protesta come quella degli operai della Innse - diceva ieri un ricercatore della Nokia Siemens di Cinisello - . Da noi, però, è impossibile: non abbiamo nessun carro ponte su cui arrampicarci». E così i 300 Dott. a rischio cassa ieri hanno «ripiegato» sull’occupazione della strada davanti all’azienda. Caos, tram fermi, auto in colonna. E un risultato minimo raggiunto: l’apertura di un tavolo al ministero delle attività produttive con i finlandesi proprietari dell’azienda. La Nokia Siemens è nata nel 2007 dalla fusione tra i due colossi delle telecomunicazioni. Allora i dipendenti erano 3.000 in Italia: oggi sono rimasti 1.600.
Praticamente dimezzati in due anni a colpi di prepensionamenti, incentivi alle dimissioni e cessioni di rami d’azienda. A Milano, dove tra Cinisello e Cassina de Pecchi si trovava il grosso dell’attività, i dipendenti Nokia Siemens sono scesi da 2.300 a circa 1.300. E’ in questo contesto che lo scorso marzo Nokia ha annunciato la chiusura del reparto dedicato alla ricerca. I seicento addetti, per l’80 per cento laureati, in gran parte ingegneri da 1.800-2.000 euro al mese, non l’hanno presa bene. Tanto più che a settembre è arrivato l’annuncio della cassa integrazione per 300. Da lunedì i ricercatori hanno attivato un presidio che ha sigillato le portinerie impedendo a tutti di entrare a lavorare. Ieri il blocco della strada.
Ma i ricercatori della Nokia sono in buona compagnia. «La Cti di Bresso, impegnata nella ricerca oncologica, sta tagliando 80 dipendenti qualificati. Poi 150 ricercatori in meno alla Bracco, 100 in meno alla Roche, centinaia di informatori scientifici in meno alla Marvex e alla X Farma. Per non parlare delle preoccupazioni per le prospettive dei 600 ricercatori della Nerviano Medical Sciences», elenca Ivana Brunato della segreteria Cgil di Milano. Secondo un’indagine della Camera del Lavoro, dal ’96 al 2006 nel milanese sono stati bruciati 8.000 posti nella ricerca. «Non vorrei che ci svegliassimo alla fine di questa crisi senza i pezzi pregiati del nostro sistema produttivo - lancia l’allarme Brunato -. Se vogliamo evitare il peggio, è questo il momento di concentrare le poche risorse a disposizione sui settori che contano per il territorio. Con una politica industriale lungimirante».
Tratto da il Corriere della Sera dell’8 ottobre a firma di Rita Querzé